Le residenze sabaude in Piemonte

Museo 17/07/2020

È Amedeo di Castellamonte (1613-1683) – architetto ducale e ingegnere civile e militare – a coniare l’espressione più felice per descrivere il sistema composto dalle quattordici Residenze Reali sabaude: durante un dialogo immaginario imbastito con Gian Lorenzo Bernini, egli lo definì una corona di delitie. Dal 1997 il circuito che preso forma tra XVII e XVIII secolo è entrato a far parte della Lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. La creazione della “corona”, strettamente connessa alla città-capitale barocca, attraversò fasi diverse.

La volontà dei Savoia di ampliare i propri possedimenti verso la Pianura Padana è già manifesta nella seconda metà del Cinquecento ed è avviata da Emanuele Filiberto: nei primi anni settanta acquistò i terreni attorno al Castelvecchio, dove sorgerà la Palazzina di Caccia di Stupinigi – la cui costruzione è però avviata solo a partire dal 1729 – al fine di creare un Demanio territoriale della Corona al di fuori delle fortificazioni della capitale. 

Dalla fine del Cinquecento è l’architetto Ascanio Vitozzi (1593-1615) a mettere mano ai grandiosi progetti del duca Carlo Emanuele I, che lo nominerà Primo architetto in seguito al concorso indetto per il progetto del palazzo Novo Grande (poi  Palazzo Reale). Il progetto implica anche profondi mutamenti nell’assetto urbanistico: viene attuato il riquadramento della piazza, e creata una via militare, la via Nova – l’attuale via Roma – che conduce verso la residenza extraurbana di Mirafiori. Le fattezze del palazzo vengono poi ripensate, a partire dal 1643, su committenza di Maria Cristina di Francia; tra il 1721 e il 1757 vi lavorano Juvarra e Alfieri, che contribuiscono a definire l’immagine dell’edificio e della zona di comando nel cuore della capitale. 

All’architetto Vitozzi è inoltre affidato il progetto per la facciata di un’altra fabbrica di enorme portata simbolica e strategica:  Palazzo Madama. Il monumento architettonico riassume meglio di qualsiasi altro la parabola esistenziale millenaria di Torino: sulle preesistenze della porta Fibellona (I sec. a. C.), nel secondo decennio del Trecento è allestita la domus de forcia degli Acaja, casaforte che viene radicalmente ripensata in veste di residenza stabile per volontà di Maria Cristina di Francia (1637-1640) e Maria Giovanna Battista di Savoia Nemours (1684). Tra il 1718 e il 1724 è Juvarra a concepire la profonda trasformazione dell’edificio, in seguito diventato Regia Pinacoteca sotto Carlo Alberto, poi sede del Parlamento Subalpino e, capitolo più recente, Museo Civico d’Arte Antica. Al suo interno, tra le collezioni permanenti del museo, sono conservate opere di Jan van Eyck, Gaudenzio Ferrari, Orazio Gentileschi e Pietro Piffetti. Opera di assoluto rilievo è il Ritratto d’Uomo di Antonello da Messina. Attualmente il museo ospita la mostra  Argenti preziosi. Opere degli argentieri piemontesi

È nella fase vitozziana che si dà avvio anche alla costruzione di residenze – il Castello del Valentino, l’ormai perduta residenza di Mirafiori, Regio Parco – strettamente legate a un corso d’acqua. La concezione di questi luoghi è ancora inequivocabilmente legata al Rinascimento, ed è evidente l’apporto di Vitozzi, che vi innesta modelli tardomanieristi importati dall’Italia centrale.

L’architetto nel 1615 metterà mano anche al primo progetto per la Vigna del Cardinal Maurizio di Savoia, figlio di Carlo Emanuele I (poi  Villa della Regina): una tipologia di edificio caratteristico delle ville romane dei colli è introdotto sulla collina di Torino. Il complesso è caratterizzato da un legame inscindibile tra villa e giardino ad anfiteatro; arricchito nella seconda metà del Seicento da Ludovica Maria di Savoia, a partire dagli anni novanta del secolo diventerà la residenza prediletta di Anna Maria d’Orléans, moglie di Vittorio Amedeo II e la regina cui rimanda il nome.

Sull’ultimo scorcio degli anni cinquanta del Seicento, con l’avvio dei lavori della Reggia di Venaria Reale e il borgo ad essa collegato, su progetto di Amedeo di Castellamonte, la tipologia di residenza cambia: ci si allontana dalla capitale, perché servono terreni più ampi per assecondare la moda della chasse a courre di matrice francese, che richiede spazi estesi per mettere in scena un cerimoniale cortigiano animato da centinaia di partecipanti, cani, carrozze, cavalli, e che mira a celebrare la magnificenza del duca. È a partire dal secondo decennio del Settecento, il messinese Filippo Juvarra ottiene carta bianca, protetto e incoraggiato da un lungimirante committente, Vittorio Amedeo II. A Venaria l’architetto mette mano alla Grande Galleria, progetta la cappella intitolata a sant’Uberto – protettore della caccia – la citroniera e la grande scuderia. Nella restante porzione del Settecento, il cantiere è un campionario delle declinazioni più raffinate del gusto barocco; ciò pare tanto più significativo in questi mesi in cui la residenza ospita l’importante mostra  Sfida al Barocco. Roma Torino Parigi 1680-1750.

Non molto distante, Vittorio Amedeo II manifesta per Rivoli l’intenzione di celebrare la regalità conquistata nel 1713, e di creare una residenza extraurbana su modello di quelle europee: guarda a Versailles e a Schönbrunn, cui è affidata l’immagine del potere del sovrano, pensate per accogliere anche la nobiltà di corte. Juvarra si trova a fare i conti con delle preesistenze: un castello dinastico in mano ai Savoia già dal XIV secolo, in parte distrutto durante la guerra contro i Francesi, nel 1693. Pensa a un sistema di grande impatto scenografico che contempli anche il prolungamento ideale dell’asse stradale di Francia, e la basilica di Superga. L’articolato progetto è purtroppo rimasto incompiuto. La residenza è oggi sede del Museo d’Arte Contemporanea e ospita una prestigiosa collezione permanente oltre a mostre temporanee come quella in corso, dedicata alla Collezione Sigg di arte contemporanea cinese.

Anche le vicende più antiche del Castello ducale di Agliè sono legate ad alcune preesistenze: un complesso composto da castello, giardini e parco, ricostruito negli anni quaranta del Seicento da Filippo d’Agliè della famiglia dei San Martino, colto e raffinato committente. La residenza aristocratica, così come pure le cascine, il filatoio e il borgo, passeranno in mano ai Savoia con la Regia Patente del 1763; al cantiere di alto rango metterà mano per primo l’architetto Ignazio Birago di Borgaro. Notevoli sono le serre riccamente decorate e il suggestivo parco alla francese.

Infine, il Castello di Racconigi, trasformato nel corso del Seicento in concomitanza con l’elevazione del castello a residenza dei Savoia-Carignano. Poi fu l’architetto Giambattista Borra nel 1755 a mettere mano ai padiglioni sul prospetto principale, con il grande pronao di accesso, il salone con la cosiddetta “loggia dei musici” e i gabinetti cinesi. Con l’ascesa al trono di Carlo Alberto, principe di Carignano, la residenza assunse il suo aspetto odierno; nel 1820 il giardiniere tedesco Xavier Kurten ridisegnò gli spazi verdi, mentre il riallestimento degli interni fu affidato a Pelagio Palagi, con un gusto tra neoclassico ed eclettico. Ai margini del parco sono situati gli edifici di servizio in stile neogotico delle Serre e della Margaria, destinata alla gestione agricola del territorio di pertinenza del castello.

Questa è una selezione delle Residenze Reali Sabaude del Piemonte. Scoprile tutte su www.residenzereali.it 

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